lunedì 20 novembre 2017

Confusione, Elizabeth Jane Howard

E' passato un po' di tempo dall'ultima volta che ho scritto una recensione, ma la difficoltà in cui mi trovo in questo momento non dipende solo da questo, bensì dalla quantità esorbitante dei pensieri e delle considerazioni che potrei scrivere riguardo il libro in questione. Forse esagero, ma ho l'impressione che una storia non mi prendesse in maniera così totalizzante dai tempi dell'adolescenza, in certi pomeriggi in cui un bel romanzo appassionante era capace di annullare tutto il resto. Ieri pomeriggio è successo esattamente questo: dopo il pranzo domenicale dalla nonna, mi sono seduta col terzo volume della saga dei Cazalet, di cui mi mancavano cento pagine, e non mi sono mossa - e non ho permesso a nessuno di rivolgermi la parola - finché non ho voltato l'ultima pagina. Quelle ultime cento pagine son forse state le più cariche di tutto il libro, tra un paragrafo e l'altro mi ritrovavo gli occhi lucidi ad intervalli regolari e, soprattutto, il battito cardiaco accelerare come un pazzo. Ma andiamo con ordine.

Confusione, come già ho detto e come tutti saprete, è il terzo volume della saga dei Cazalet, composta in totale da cinque volumi, ormai tutti disponibili ed editi dalla Fazi Editore, della scrittrice inglese Elizabeth Jane Howard. Vi avevo parlato dei primi due volumi - Gli anni della leggerezza e Il tempo dell'attesa - qui e se il mio entusiasmo tanto per lo stile dell'autrice quanto per la storia in sé era già alle stelle, a mio parere con Confusione il livello si alza ulteriormente.

La confusione è quella collettiva, europea, per una guerra che sembra quasi sempre essere sul punto di concludersi, ma poi non finisce mai e che anzi, più passano gli anni e più mostra quanto sia stata atroce; la confusione però è anche quella dei singoli, nello specifico quella dei membri della famiglia che ormai ben conosciamo: quella di Hugh e quella di Edward, due uomini in crisi a causa di una donna, ma per ragioni che non potrebbero essere più diverse; quella di Villy che, sempre più intrappolata in una fitta rete di doveri, si lascia andare ad illusioni platoniche sin troppo ingenue, che presto o tardi scoppieranno lasciandola sola e scottata; la confusione di Rachel, che rimanda la sua vita privata a quando la sua famiglia non avrà più tanto bisogno di lei - ma quand'è che non avranno più bisogno di lei? - e di conseguenza quella della sua amica Sid che, stanca e frustrata, vacilla e si pente; la confusione di Zoë, povera Zoë, prigioniera in un limbo dal quale non è possibile né tornare indietro né andare avanti. La confusione di Louise, che si crede incapace di provare i sentimenti considerati più naturali dall'umanità intera e che per questo si colpevolizza e, cercando di adattarsi, si condanna alla più nera infelicità; e poi la confusione di Polly e Clary, che crescono, fanno del loro meglio per rendersi indipendenti e diventare donne ma poi continuano a pensare che quella maledetta guerra dura da praticamente tutta la loro vita, e chissà come sarebbe andata invece la loro vita se quella guerra non fosse mai iniziata.

Le pieghe che prendono tutte le varie storie in Confusione si fanno sempre più avvincenti, inoltre Elizabeth Jane Howard riesce a regalarci lunghi paragrafi su personaggi secondari o del tutto nuovi, senza mai far sentire il lettore come se ci si stesse allontanando troppo dal tracciato. La maestria con cui Elizabeth Jane Howard domina la scrittura è tale che offrendo brevi scorci sulle vite di personaggi che forse non incontreremo mai più è comunque capace di far affezionare il lettore alla loro storia, di entrare in empatia con uno sconosciuto nell'arco di poche righe. Penso alla storia di Richard, il soldato tornato dalla guerra completamente paralizzato, che Nora decide comunque di sposare: lo spazio dedicato a lui è quello di un mezzo capitolo, eppure è tra i momenti di lettura che più mi ha fatta soffrire. La sua storia così breve e così intensa, della quale quasi desidererei un intero racconto a parte. E poi penso a Jack, il giornalista americano bello ed audace, fotografo di guerra, il cui destino suscita riflessioni che non trovano parole per essere espresse. E poi c'è Angela, che conduce la sua esistenza in sordina alla quale l'autrice dedica righe che restano impresse, e poi c'è Archie, ai quali tutti i Cazalet confidano i propri segreti perché "sei uno di famiglia", invece il motivo per il quale tutti si rivolgono a lui è proprio che, di fatto, non è uno di famiglia.



Oltre alla bella scrittura ed alla trama appassionante, Confusione ha per me un ulteriore pregio. Ho letto molto, dagli undici anni in poi, sulla seconda guerra mondiale: le testimonianze dei sopravvissuti, cronache storiche o giornalistiche, romanzi ambientati in quell'epoca - un'epoca che mi ha sempre interessata per ciò che ha comportato e ciò che ha significato, e che leggendo ho cercato di comprendere. Comprendere soprattutto ciò che ha significato viverla, per chi l'ha vissuta e sopravvissuta. Leggendo Confusione ho compreso che non avevo mai incontrato il punto di vista della gente comune, che dalla guerra era condizionata ma non toccata. I Cazalet non sono ebrei e non stanno sul fronte; non possono fare le cose che facevano prima, fanno fatica a trovare vestiti nuovi, si devono accontentare di mangiare sempre le stesse cose. A Londra spesso scattano gli allarmi antiaerei o cadono le bombe, ma per il resto l'esistenza deve proseguire come al solito: ci si alza, ci si veste, si lavora. Questo argomento è particolarmente scottante per Polly e Clary che, diciottenni, devono e vogliono pensare al loro futuro, eppure tutto ciò che hanno conosciuto è la famiglia, la casa nella campagna del Sussex, le lezioni di Miss Milliment; trasferirsi a Londra è già un gran passo avanti, ma le prospettive sono cose come entrare nelle Wren, diventare volontarie utili, fare un corso di dattilografia e trovare un buon posto come segretaria. Polly e Clary sono le più confuse di tutti, le più perse e se non ci fosse qualcuno come Archie a far da punto di riferimento...
Non avevo mai riflettuto neanche su cosa possa aver provato, la gente comune, quando una volta sconfitti i tedeschi ed iniziata la liberazione, si è venuto a sapere dei campi di concentramento, dei quali fino a poco prima nessuno avrebbe potuto sospettare l'esistenza. Sembra irreale che una realtà come quella, della quale noi a distanza di decenni non smettiamo di stupirci, inorridire, farci domande e non avere risposte, sembra inconcepibile che mentre lo sterminio accadeva le persone non ne sapevano niente. Riuscite ad immaginare di apprendere dei campi di concentramento così, da un giorno all'altro come notizia dell'ultim'ora?
E non avevo mai immaginato la notte in cui la seconda guerra mondiale veniva dichiarata ufficialmente finita, e tutti gli inglesi a far festa fino a notte fonda, stipati attorno a Buckingham Palace per festeggiare con la famiglia reale, che s'affaccia da una delle tante finestre e con un saluto abbraccia il suo popolo.

Confusione si conclude sì con la gioia collettiva, ma anche con la profonda infelicità dei singoli: quella di Polly, che per aver usato tutto il suo coraggio ha avuto in cambio un cuore spezzato; quella di Clary e di un po' tutti i Cazalet che iniziano a rassegnarsi sulla sorte di Rupert; quella di Louise, che davanti a sé vede solo strade sbagliate; quella di Zoë...
Avevo ormai provato l'intero catalogo di emozioni che credevo disponibile, mi apprestavo a leggere l'ultimo paragrafo immaginando si sarebbe trattato di una mite conclusione, che traendo le fila di quanto detto avrebbe lasciato aperto il passaggio verso il romanzo successivo. Invece no, dalla prima riga di quell'ultimo paragrafo gli occhi si sono riempiti di lacrime ed il cuore ha iniziato a galoppare, perché la Howard ha voluto concludere con quello che per me è stato un assoluto colpo di scena, un vero e proprio regalo stracolmo di speranze, un nuovo viaggio che porterà a destinazione in egual misura felicità e complicazioni.

Talmente mi ha presa la lettura di questo terzo volume che è tanta la tentazione di gettarsi subito su Allontanarsi. La curiosità è enorme, eppure mi trattengo: voglio centellinare le pagine che mi restano da passare tra i Cazalet e soprattutto non vorrei mai che, abbuffandomene, mi venissero a noia (cosa che comunque ritengo altamente improbabile).

Non sono soddisfatta di quanto ho scritto, perché molto di più è quanto ho pensato e provato durante la lettura. Tuttavia volevo evitare qualsiasi grande spoiler, e questo di per sé mi frena dall'entrare più nel dettaglio di certe questioni. Non mi resta che invitarvi a discutere nei commenti, se siete già stati ad Home Place (in particolare, se avete già letto Confusione, sono curiosa di sapere se voi vi aspettavate quel finale - mi raccomando però, se spoilerate qualcosa scrivetelo grande e chiaro, per correttezza nei confronti degli altri!), altrimenti posso solo dirvi che dovete assolutamente iniziare la lettura di questa imperdibile saga familiare.

mercoledì 15 novembre 2017

Cronaca di un'avventura

La settimana scorsa la mia solita Amica Lettrice mi manda un messaggio su whatsapp (sì, anche noi lettori ci siamo arresi a queste infime modalità di comunicazione, nonostante continuiamo a sostenere di preferire decisamente una ben più poetica comunicazione epistolare, fatta di carta e penna e chiusa da tanto antichi quanto misteriosi sigilli e se non la utilizziamo è solo per colpa della lentezza delle Poste Italiane) con una foto presa da Instagram (okay, qui non ho scuse) che ritrae un angolino dall'aria calda e confortevole, con una lanterna che rischiara un'ambiente scuro, un bel bicchiere da cocktail poggiato su un tavolino, una pianta verde che si arrampica su una parete. Oltre alla foto, nel messaggio la mia AL scriveva che si trattava di un nuovo locale che ha di recente aperto qui nelle lande desolate dove abitiamo, nello specifico un pub/sala da tè (con un nome stupendo, tra l'altro, ma non posso diffonderlo) nel quale ovviamente noi due dovevamo andare al più presto.

Così ieri pomeriggio l'AL è venuta a prendermi in macchina ed insieme ci siamo dirette verso la zona dove entrambe immaginavamo si trovasse il locale (nb: nessuna delle due è dotata di senso dell'orientamento). Dopo aver fatto una perlustrazione ed imboccato varie lunghe strade più o meno a casaccio, AL decide di fermarsi in un parcheggio e di soccombere alla necessità di chiedere aiuto al navigatore di google maps. Ripartiamo, ed il navigatore ci fa rifare esattamente lo stesso percorso e ci fa fermare esattamente dov'eravamo arrivate prima - il che, se non altro, ha fatto aumentare un po' la nostra autostima (della serie: qui non c'è assolutamente nulla, ma almeno eravamo arrivate nel posto giusto! :D).

Suggerisco allora di cercare il numero civico, perciò l'AL decide di parcheggiare e di fare un giro a piedi per trovare il 32. Le dico che è più saggio se va da sola, perché a causa della mia gamba malconcia sono ancora piuttosto lenta e, se non l'avessimo trovato, sarebbe stato solo uno spreco di tempo; aspetto in macchina, e quando AL torna mi dice: "Allora, lì dove ci sono quelle siepi c'è il 32A che è un cancello chiuso con il citofono, mentre quello vicino deve essere il 32 e c'è un cancello aperto. Secondo me deve essere quello, perché se no mica uno lascia aperto il cancello di casa!"

Quindi scendo, e lentamente e zoppicando arriviamo di fronte al suddetto cancello leggermente aperto. Superata la soglia, tutto ciò che vediamo è una discesa, che finisce con una casa ed una porta chiusa, il tutto immerso nel buio più totale. Subito alla nostra sinistra invece c'è un cancelletto chiuso solo da un gancio, che si apre su un giardino che porta ad un'altra casa dove c'è l'unica finestra illuminata. Wtf, dico io. Proviamo a chiamare il numero del locale trovato online, ma risponde la voce registrata di Vodafone. Fossi stata da sola, di fronte a questo enigma mi sarei arresa e optato per un tè in un locale meno misterioso, ma per fortuna l'AL è dotata di ben più audacia: ha aperto il cancelletto sulla sinistra ed è andata a bussare alla finestra illuminata, dicendo che "Male che va mi prendono per pazza e mi mandano via", mentre io invece mi chiedevo se fosse già scattata l'ora in cui è consentito sparare ad un invasore della proprietà privata; mentre lei tornava indietro - incolume, ma senza alcuna risposta - in fondo alla discesa buia si accende una luce e dalla porta esce una figura maschile: ecco, penso io, questo abita qui e stiamo per fare la più grande figura di cacca di sempre! Vedendo che il figuro si avvicina, riesco a balbettare: "Buonasera... ehm... è questo il pub?" Sì, risponde lui, con mio grande stupore e sollievo.

Alla luce il figuro si rivela un ragazzo poco più grande di noi, sorridente, molto gentile ed educato. Ci presentiamo vicendevolmente con una stretta di mano, ci chiede come abbiamo scoperto il suo segretissimo locale e ci conduce all'interno: da questo momento in poi tutto è stupore e meraviglia.

Midnight In Paris

Mi sono sentita un attimo come Owen Wilson nel film di Woody Allen, Midnight in Paris, dove ad ogni mezzanotte salendo su una macchina viene trasportato negli anni Venti, dove si trova nei salotti e nei locali frequentati dai più grandi artisti ed intellettuali dell'epoca; oppure in un salottino de Il Grande Gatsby; o in una scena di Downton Abbey; o in un capitolo della saga dei Cazalet: insomma, avete capito, siamo entrate e siamo finite negli anni Venti.

Non so descrivervi a parole la bellezza di questo posto. Da fuori non si vede assolutamente nulla, perché le finestre sono oscurate da tende completamente tirate giù, l'ingresso è protetto da una doppia porta. Il mondo esterno non può interferire, varcare la soglia significa entrare in una dimensione intima e privata, fare un salto in un passato che nei film e nei libri ci fa sognare. L'interno è come quello di un appartamento, arredato esclusivamente con divani, poltrone e tavolini d'epoca, con lampade che emanano una luce soffusa. Le pareti rivestite con una carta da parati particolare ed elegante, in giro vecchi bauli da viaggio, grammofoni, un grande camino ed un bel pianoforte. Nella stanza principale si trova il banco del bar, con la parete dietro - illuminata ad arte - riempita con bottiglie di whisky, gin e quant'altro.

Io e l'AL, dopo i doverosi complimenti per il posto e dopo esserci parzialmente riprese dallo shock, ci sediamo ed ordiniamo un tè; il ragazzo ci porta - su un vassoio d'argento - una serie di antiche scatole di latta, con dentro tè in foglie che ci lascia annusare uno ad uno per scegliere, spiegandoci caratteristiche e provenienza di ogni tè (questo viene dall'Africa, questo dall'India...). Quando ci porta ciò che abbiamo ordinato, rimaniamo di nuovo senza parole per come nessun dettaglio sia lasciato al caso: persino gli infusori sono d'epoca, a forma di tazzina e poggiate su un minuscolo piattino, sul quale riappoggiarle una volta tolte dalla tazza. Il miele era in una bottiglia dalla forma particolare col tappo di sughero, tazze e teiera di ceramica bianca... 

Io e la mia Amica Lettrice
C'eravamo solo noi. Le nostre chiacchiere erano accompagnate da musica d'altri tempi che riempiva il sottofondo. E' stato automatico pensare ad Hemingway, F. S. Fitzgerald e tutti gli altri, immaginare di essere lì con una macchina da scrivere o un taccuino, o di andarci per frequentare grandi pensatori e appassionati di cultura. L'atmosfera degli anni Venti è tanto fedelmente ricostruita che sembrava inappropriato il nostro abbigliamento, fuori luogo tirar fuori un cellulare per guardare l'ora (dov'è il mio orologio con la catenina?!).

Mi aspettavo quanto meno un mezzo salasso nei prezzi, invece sono persino più bassi che in molti altri posti. Persino la tessera per diventare soci è costata solamente due euro, che abbiamo dato più che volentieri dato ciò che hanno realizzato. 

Il proprietario - di una cortesia e discrezione squisite - ci ha invitate a tornare quando vogliamo.
Per quanto mi riguarda, ci andrei anche tutti i giorni, in compagnia o anche da sola, portandomi penna e moleskine o un buon libro. Finalmente un luogo fisico che permette di essere altrove, fuori da questo posto e fuori dal nostro tempo. Penso proprio che questo locale piacerebbe tantissimo ad ogni lettore.

domenica 12 novembre 2017

Lasciarsi andare

Sono una di quelle persone che vedono sempre tutte e due le facce della medaglia. Una di quelle persone per cui tra il bianco ed il nero passano un milione di sfumature di grigio (altro che cinquanta). Lasciarsi andare è una di quelle espressioni che ben si presta ad una doppia interpretazione, un'espressione il cui significato viene disambiguato soltanto dal contesto.
Lasciarsi andare, versione buona: liberarsi di qualche freno inibitorio di troppo, aprirsi ad una persona o ad una situazione nuova, tirar fuori qualcosa in più di se stessi.
Lasciarsi andare, versione negativa: non prendersi cura di sé, trascurare i propri bisogni e/o doveri, perdere di vista gli obiettivi, lasciarsi scivolare le giornate e le occasioni.

Indovinate un po' in quale modo mi lascio andare, io.

Come ben sa chi mi ha seguito nei mesi di attività del blog, è capitato più di una volta che mi prendessi delle più o meno lunghe pause. Alcune volte obbligate, altre necessarie, mai del tutto volute. Ogni volta che torno, aprire la pagina e trovare lo spazio bianco da riempire è al tempo stesso una boccata d'aria fresca ed uno shock: mi ricorderò ancora come si fa? Avrò davvero qualcosa da dire? Ci sarà ancora qualcuno interessato a leggere ciò che scrivo?

Ed ecco che devo fare lo sforzo di lasciarmi andare in quell'altro modo, quello positivo.

Alla fine dell'anno ormai manca poco, un anno che sembra volato via ed in cui per quanto mi riguarda sembra non esser successo assolutamente niente, se non la gamba fratturata ed annessa operazione chirurgica. E' vero, ho preso delle decisioni e fatto dei progetti, tutte cose che però devono ancora vedere la realizzazione. La cosa forse che mi rattrista di più è l'aver letto pochissimo: se mi guardo indietro sono più i mesi di blocco, trascorsi senza leggere neanche una pagina, rispetto a quelli in cui la lettura è stata - come sempre vorrei che fosse - regolare abitudine.

Qualche giorno fa mi sono sentita davvero seccata per questo.
Leggere porta a scrivere, scrivere porta a leggere.
Non svolgere nessuna di queste attività è deleterio, soprattutto per me che soltanto per mezzo di queste cose sento di sapermi esprimere veramente, di trovare un'identità definita e un senso di soddisfazione. 

La lettura stimola pensieri, riflessioni, idee. Mi dà argomenti di cui parlare. Mi permette di lavorare ad un blog, di interagire con un sacco di persone interessanti. Sono stufa di lasciarmi andare a passatempi meno impegnativi, con la scusa che in quel momento non ho la testa per la giusta concentrazione. 

So di non esser molto degna di fiducia, ma spero tanto che le persone con cui ero solita scambiare commenti ed opinioni saranno ancora presenti ed attive. Mi scuso per l'ennesima assenza. Ogni volta che torno, lo faccio con le migliori intenzioni. 

Fuori piove.
Che leggete di bello in questi pomeriggi autunnali?

lunedì 4 settembre 2017

Atypical (Netflix)

Sam è un ragazzo affetto da autismo ad alto funzionamento, vale a dire che le sue difficoltà dovute a tale condizione neurologica sono molto meno gravi rispetto a quelle che caratterizzano altri livelli del cosiddetto spettro autistico; in parole più semplici, se incontraste Sam potreste al massimo pensare che è un tipo un po' bizzarro. Parla in continuazione degli animali dell'Antartica, ad esempio, un ambiente ed un argomento che lo appassiona come nient'altro e che sembra comprendere con molta più semplicità ed immediatezza rispetto alle complicate dinamiche che regolano la società degli uomini. Ha delle abitudini particolari, come indossare grandi cuffie che consentono l'isolamento acustico in luoghi troppo affollati, dove la musica o il rumore sono troppo alti, oppure può avere reazioni inaspettate - e difficilmente comprensibili per chi non conosce i suoi problemi - di fronte a situazioni che lo mettono fortemente sotto stress. Prima di tutto questo, però, Sam è un ragazzo di diciotto anni che non ha mai avuto una relazione sentimentale e decide di volere una ragazza anche se non ha idea di dove cominciare per realizzare questo obiettivo. E se trovare un partner - soprattutto quando si è alle prime esperienze in queste faccende! - è complicato per chiunque, figuriamoci quanto possa esserlo per qualcuno che, come Sam, interpreta qualsiasi cosa alla lettera e che dunque non sa leggere tra le righe né interpretare i doppi sensi, le metafore, il linguaggio delle espressioni o del corpo che tanta parte hanno nella fase del corteggiamento; per qualcuno che, come Sam, ha vitale bisogno di schemi, regole e confini entro i quali muoversi, qualcuno che fa fatica a seguire i sentimenti e che per comprendere la realtà che lo circonda ha bisogno di razionalizzare ciò che vive, ad esempio con una bella lista di pro e di contro. Purtroppo però innamorarsi e/o trovare una ragazza non sono questioni che possano essere risolte seguendo un semplice schema: le relazioni sentimentali sono un po' più complesse di così ed anche Sam, tra un successo ed un fallimento, arriverà a comprenderlo.


Sam tenta di affascinare una donzella col sorriso
Il personaggio di Sam, splendidamente interpretato da Keir Gilchrist - già comparso in molte altre serie tv di successo - è stato raccontato veramente bene: ispira dolcezza, tanta simpatia e strappa spesso una risata col suo modo atipico di interpretare la realtà che lo circonda. Mi ha trasportata nel suo mondo e già dalla prima puntata sentivo di capirlo. Sam è un personaggio che non può non conquistare i fan di Sheldon Cooper (The Big Bang Theory), ma non pensiate che ne sia un'imitazione perché, come Sheldon, anche Sam è unico nel suo genere. 

Atypical poi non si regge certo solamente sul protagonista, che è circondato da personaggi a loro volta ben caratterizzati e raccontati a fondo, di cui psicologia ed emotività sono stati costruiti e sviluppati con una cura degna di nota, soprattutto se pensiamo che questa prima stagione è composta solamente da otto episodi di mezz'ora ciascuno.


Sam con il fido Zahid
Oltre a frequentare le superiori, Sam ha un lavoro part-time da Techtropolis, un grande negozio di tecnologia tipo Mediaworld o Euronics, che gli ha permesso di conoscere il collega Zahid, che potremmo definire il migliore amico di Sam. Zahid, non si sa bene come o perché, sembra avere un certo successo con le ragazze, è il classico esperto in faccende di cuore e di letto, che prenderà molto a cuore la missione di aiutare Sam a trovare una ragazza, non tirandosi mai indietro dal dispensare degli ottimi (dal suo punto di vista) consigli. Zahid è un personaggio spassoso, leggero, scanzonato, uno che proprio non si fa problemi né paranoie. Crede tantissimo nelle proprie potenzialità da donnaiolo e forse è proprio per questo che, nonostante abbia delle idee pessime su come approcciare una ragazza ed il suo dubbio gusto nel vestire, in qualche modo ci riesce davvero. Oltretutto, Zahid è un buono ed è anche grazie a lui se Sam può fare esperienze divertenti che varrà la pena ricordare.


Julia Sasaki *-*
Poi abbiamo Julia Sasaki, la terapeuta che segue Sam, interpretata da Amy Okuda (attrice che non avevo mai visto prima ma di cui mi sono subito innamorata, può tranquillamente inserirsi nella lista delle girl crush). E' un personaggio che ho adorato sin da subito, innanzi tutto per il modo in cui sa sempre spronare Sam a vivere una vita il più normale possibile senza lasciare che le sue difficoltà diventino un limite a tutte le esperienze, belle o brutte, che come ogni altra persona ha il diritto ed il bisogno di vivere; limiti che poi, spesso, sono gli altri ad importi quando sanno che hai un problema: per troppo amore e pensando di proteggerti i familiari possono diventare coloro che invece per primi ti frenano dal buttarti in cose che sapresti benissimo gestire, e per fortuna allora che Sam interagisce con una persona come Julia, che di fronte ad un ostacolo lo aiuta semplicemente a trovare il modo a lui più consono per superarlo. Pur essendo bravissima nel suo lavoro, Julia è anche una ragazza di ventisette anni coi suoi problemi personali da gestire e nel corso delle puntate entriamo più spesso nella sua bellissima casa e nei suoi casini. Mi è piaciuta moltissimo anche per come si sviluppa il suo personaggio: all'inizio sembra una professionista, la tipica ragazza perfetta che non sbaglia un colpo così come non ha mai un capello fuori posto e poi, invece, esce fuori tutta la sua imperfetta umanità. Julia commette un errore gravissimo, ma se ne rende conto e spero vivamente che venga perdonata dalle persone che ha ferito. Non vedo l'ora di vedere come proseguirà la sua storia.


Tanti feels per Page ç_ç
Page è uno dei personaggi più irritanti ed adorabili che io abbia mai incontrato: è irritante perché non sta mai un attimo ferma e zitta, se l'avessi intorno nella vita reale dopo un po' l'appiccicherei al muro (Sam si limita a chiuderla in un armadio, lol), però è di una dolcezza, bontà e premura sconfinate. Si tratta di una compagna di scuola di Sam e di una ragazza a cui Sam piace veramente. Non senza qualche difficoltà, i due si avvicinano ed avranno in qualche modo una relazione. Page è stramba quanto Sam e non si fa troppi problemi a stare alle regole di lui, seguire i suoi ritmi, rispettare i suoi confini man mano che impara a conoscerli. Però è pur sempre una giovane ragazza innamorata e se Sam, pur senza volerlo, la ferisce tutta la sua pazienza va giustamente a farsi benedire e gli regala le sfuriate che si merita. Pensandoci bene è proprio questa la cosa più bella di lei, ovvero che non vede e non tratta Sam come un ragazzo diverso, per lei è Sam e basta, le piace così com'è e tutte le sue stramberie son soltanto aspetti che caratterizzano la sua personalità. E' la persona più giusta che potesse incontrare, e chissà come si evolverà il loro rapporto.

Veniamo poi alla famiglia di Sam, la famiglia Gardner:


Sam con mamma Elsa e papà Doug
Doug, il papà, è il poliziotto buono della situazione. Fa l'infermiere sull'ambulanza, ha i capelli rossicci, è grande e grosso con la faccia da bonaccione ed è un personaggio di una tenerezza spappola-cuore. Perché è un uomo, un padre, che sognava di giocare a football col suo figlio maschio, di guardare insieme le partite e condividere le cose da padre e figlio; invece gli è capitato Sam, che non sorrideva mai, parlava di cose a lui incomprensibili e rifuggiva il contatto fisico: Doug non è mai riuscito veramente ad interagire con suo figlio, anche a causa dell'ingombrante presenza di sua moglie, una madre troppo protettiva che si è sempre occupata di tutto, specialmente di Sam, lasciando ben poco spazio al marito. Nel corso della serie si scopre che Elsa ha avuto i suoi buoni motivi per far questo, perché Doug, quando i bambini erano ancora piccoli, ha fatto un bruttissimo errore di cui lui tuttora si pente e si dispiace, ma era un errore dettato soltanto dalla paura di non essere all'altezza, di non poter mai essere un bravo padre per quel bambino particolare. A suo modo però Doug ci ha sempre provato, ad esempio quando per il suo nono compleanno ha costruito a Sam un igloo, dato che era quella la cosa che più desiderava al mondo. Nel corso delle puntate, vediamo come Sam improvvisamente si avvicina sempre di più a suo padre. Ha bisogno di consigli sull'amore e sulle donne e son cose per cui gli serve l'esperienza di un uomo, non certo di sua madre. Doug si sorprende di come Sam adesso lo cerchi, ma ne è più felice che mai e si rivela inaspettatamente molto bravo. Credo sia impossibile non voler bene a Doug.

Elsa Gardner >_>
Poi c'è lei, la madre-chioccia-rompipalle, Elsa, che per me è il personaggio più complicato da trattare perché da una parte la comprendo e dall'altra non la posso proprio vedere. Prima di venire alle questioni più profonde, diciamo che non è simpaticissima, ecco. Sempre accigliata pure quando ride, troppo presente dove non necessario e troppo poco presente quando invece avrebbe dovuto esserci.
Come vi dicevo, Doug l'ha ferita profondamente in passato perciò comprendo il suo atteggiamento protettivo nei confronti dei figli (soprattutto Sam) ed il modo di gestire le cose come se la casa e la famiglia si reggessero solo su di lei; d'altra parte però non mi piace per niente il suo comportamento come madre: è l'unica che vede Sam prima come ragazzo autistico che come persona, è l'unica che con la sua mania di protezione tenta di bloccarlo dalle cose normali che lui invece vuole provare a fare. Addirittura le dà fastidio la terapeuta, Julia, che secondo lei spinge troppo Sam in direzioni sbagliate. Frequenta un gruppo di sostegno per genitori con figli autistici che, sebbene sia una bella cosa confrontarsi con persone che vivono situazioni simili e difficili, sembrano supervisionate da un'emerita cretina che sta più attenta al modo in cui si dicono le cose piuttosto che ai contenuti (povero Doug, capisco perché non voglia andarci). Di tutta la troppa attenzione che riversa su Sam, invece, non ne dà un briciolo alla sua figlia femmina (ne parlerò tra poco) che infatti ha un bellissimo rapporto col padre e piuttosto turbolento e problematico con lei; un disequilibrio che appare, soprattutto in certe circostanze, molto ingiusto. Elsa è il tipo di madre che si è incastrata troppo in questo ruolo, dimenticandosi di essere anche una compagna di vita per suo marito e prima ancora una donna: nel momento in cui si accorge che Sam, fulcro delle sue giornate, sta diventando più indipendente ed ha sempre meno bisogno di lei, va in crisi e [spoilero] come risolve questa crisi? Andando a letto con un giovane bel barista, ovviamente! Anche qui, da una parte comprendo il suo bisogno di evasione, il modo in cui una relazione spensierata e piccante con un bell'uomo possa essere liberatoria e ricordarle il suo essere viva, il suo essere donna ma giustificarla o perdonarla è impossibile, perché lei fa questo mentre suo marito invece si sta impegnando tantissimo per fare del suo meglio sotto tutti i punti di vista. [Fine spoil] Il finale di stagione è tesissimo, quando arriva la seconda?

Casey & Evan *-*
Ho lasciato lei, la sorella minore di Sam, appositamente per ultima, perché Casey è stata la mia preferita dalla prima puntata! Casey è un personaggio esplosivo, tostissima. Una campionessa nella corsa, stella della squadra della scuola, un vero peperino, brillante e vivace e con uno sguardo in cui si legge tutta la sua determinazione. Casey picchia spesso Sam, ma non permetterebbe mai a nessuno di torcergli un capello. In qualche modo la sua vita è stata condizionata dal fratello, perché per tutti è sempre stato meglio se, ad esempio, frequentavano la stessa scuola, così che lei potesse essere nei paraggi in caso accadesse qualcosa. Nel momento in cui viene selezionata tra i candidati per una borsa di studio in una scuola prestigiosa, grazie al suo talento sportivo, la situazione viene a galla ed è tempo di compiere ardue scelte. Inoltre Sam è probabilmente venuto prima in qualsiasi circostanza e Casey è a tutti gli effetti la sua "sorella maggiore", nonostante sia più piccola di età. Nonostante tutto questo, Casey sembra non provare il minimo risentimento nei confronti del fratello, al quale anzi si percepisce quanto voglia bene. L'unica con cui proprio non si prende è la madre, e proprio nel momento in cui poteva esserci un avvicinamento tra loro per questioni da donna a donna Elsa rovina di nuovo tutto.
Al fianco di Casey, arriva presto (e per circostanze divertentissime) Evan, che nella sua semplicità è praticamente perfetto. Guardate la puntata in cui sono tutti insieme a cena e si discute della borsa di studio di Casey e ditemi se Evan non è un amore. Inoltre mi piacciono troppo come coppia, son due ragazzi pieni di personalità che non si danno il minimo tono, semplici nel modo di porsi e di apparire, genuini e simpatici. Li adoro.

Ho iniziato questa serie perché semplicemente mi ispirava la copertina appena parsa su Netflix, nella trama non c'era neanche scritto nulla sulla particolarità del protagonista, perciò ho fatto partire il primo episodio a cuor leggero senza scommetterci un centesimo. Pensavo che al massimo poteva essere una comedy leggera, divertente e senza pretese; invece ho scoperto un piccolo gioiellino, scritto ed interpretato divinamente che mi ha intrattenuta, facendomi ridere un sacco e più di una volta mi ha anche fatto venire gli occhi lucidi. I personaggi sono stupendi, le loro storie coinvolgenti. Non sempre la psicologia dei personaggi nelle serie tv è così ben approfondita, e questo mi ha piacevolmente stupita. Insomma se dopo tutto ciò non vi ho convinto a vederla non saprei cos'altro aggiungere, mi sento soltanto di consigliarvi veramente a guardare almeno il primo episodio, e vedrete da voi se saprete resistere dal continuarla! 

Avete già guardato Atypical? La guarderete? Fatemi sapere nei commenti!


venerdì 1 settembre 2017

Lo Hobbit, J.R.R. Tolkien

« In un buco sotto terra viveva uno hobbit. Non era un buco brutto, sudicio e umido, pieno di vermi e intriso di puzza, e nemmeno un buco spoglio, arido e secco, senza niente su cui sedersi né da mangiare: era un buco-hobbit, vale a dire comodo. »

E' così, con uno degli incipit più belli che mi sono trovata a leggere aprendo un libro, che ha inizio Lo Hobbit di John Ronald Reuel Tolkien (titolo originale: The Hobbit or There and Back Again). Lo Hobbit è la cronaca di un'avventura pazzesca, un'avventura in cui suo malgrado viene coinvolto il signor Bilbo Baggins, personaggio principale della storia. Bilbo Baggins è uno hobbit, per l'appunto, e gli hobbit non amano le avventure: amano piuttosto la comodità, bere e mangiare bene, starsene tranquilli e pacifici tra le loro colline e distese erbose - ecco che cosa amano, gli hobbit, e Bilbo Baggins non faceva certo eccezione. Se non che - almeno così si diceva - un qualche suo antenato aveva preso per moglie una fata ed era da lì che veniva quel pizzico di scelleratezza che di tanto in tanto spingeva un rispettabile Baggins a partire. Cosa che comunque a Bilbo non sarebbe mai venuta in mente, se un giorno non si fosse trovato fuori casa Gandalf lo stregone:
"Buon giorno!" disse Bilbo; e lo pensava davvero. Il sole brillava e l'erba era verdissima. Ma Gandalf lo guardò da sotto le lunghe sopracciglia irsute ancor più sporgenti della tesa del suo cappello.
"Cosa vuoi dire?" disse. "Mi auguri un buon giorno, o vuoi dire che è un buon giorno che mi piaccia o no? O che quest'oggi ti senti buono, o che è un giorno in cui si deve essere buoni?"
"Queste quattro cose insieme," disse Bilbo. "E' per di più un bellissimo giorno per una pipata all'aperto. Se avete una pipa con voi, sedetevi e prendete un po' del mio tabacco! Non c'è fretta: abbiamo tutto il giorno davanti a noi!" E Bilbo si sedette su un sedile accanto alla porta, incrociò le gambe e fece un bell'anello di fumo grigio che si levò in aria senza rompersi e si diresse sopra la Collina.
"Che bello!" disse Gandalf. "Ma stamattina non ho tempo di fare anelli di fumo. Cerco qualcuno con cui condividere un'avventura che sto organizzando, ed è molto difficile trovarlo."
Dopo un vivace scambio di battute, Bilbo rientra in casa un po' contrariato, e quella sera stessa si ritrova il suo bel buco-hobbit invaso da ben tredici nani (più Gandalf) coi quali, già il mattino successivo, si ritrova in marcia verso la Montagna Solitaria, presidiata dal terribile drago Smaug, che molti anni addietro - portando morte, desolazione e dolore - si era impossessato con violenza della Montagna e del tesoro appartenenti ai nani. Guidati da Thorin Scudodiquercia, figlio di Thràin figlio di Thròr, i nani vogliono riconquistare il tesoro e tornare all'antico splendore. Il coinvolgimento di Bilbo è tutta colpa di Gandalf, che lo sceglie come quattordicesimo membro della compagnia in qualità di scassinatore, ma come si vedrà durante il lungo percorso Gandalf non lascia proprio nulla al caso e la scelta di Bilbo ha ragioni che vanno ben al di là del semplice ruolo per il quale era stato convocato (anche se, pure le sue abilità di scassinatore, si riveleranno fondamentali ben più di una volta). L'avventura di Thorin, Bilbo e compagni durerà un anno intero e li vedrà affrontare troll, orchi, lupi mannari, ragni giganti; si perderanno nel folto e nelle tenebre di Boscotetro, verranno fatti prigionieri dagli Elfi Silvani, avranno problemi con gli Uomini del Lago, si troveranno spesso senza provviste e senza cavalcature (i pony fanno sempre una brutta fine, poveri ç_ç). Bilbo rimpiangerà spessissimo il suo confortevole buco-hobbit, ma quando infine vi farà ritorno avrà portato con sé - oltre alla giusta ricompensa - la più incredibile delle avventure da raccontare per tutti i giorni a venire.

prima edizione, 1937
Pubblicato per la prima volta nel settembre del 1937, Tolkien aveva in realtà iniziato la stesura de Lo Hobbit già nei primi anni Venti, con una folgorante ispirazione che lo colpì un pomeriggio mentre correggeva i compiti dei suoi studenti: le prime righe de Lo Hobbit furono scritte su una pagina lasciata in bianco da uno studente, che forse quella volta a non studiare aveva fatto la miglior cosa della sua vita (scherzo, dai). Tolkien tornò più e più volte sul manoscritto, modificando sia nomi che interi episodi; uno su tutti, emblematico della lunga riflessione che Tolkien portò avanti scrivendo questa storia, riguarda l'acquisizione dell'Anello da parte di Bilbo: in una prima versione infatti egli lo vince come premio nella sfida ad indovinelli contro Gollum, mentre nella versione che leggiamo nel libro Bilbo se ne impadronisce per vie che praticamente rappresentano un furto. Nelle opere successive, Gandalf attribuirà le due diverse versioni a Bilbo, che l'avrebbe raccontata prima in un modo e poi nell'altro. La questione si fa quindi interessante.
Tolkien aveva pensato a Lo Hobbit come ad una fiaba per bambini, di qui lo stile colloquiale e semplice dell'opera, il lieto fine che quasi sempre segue alle sfide affrontate dai protagonisti e le frequenti incursioni del narratore, che talvolta interviene con spiegazioni, commenti oppure esortando il lettore a leggere oltre per scoprire come andrà a finire l'episodio che si sta narrando o cui si è accennato.
Fun fact: la casa editrice che per prima pubblicò The Hobbit fu la Allen & Unwin, ed il primo editore e recensore fu un bambino di dieci anni, Rayner Unwin, figlio di Stanley Unwin. Secondo quest'ultimo, non c'era miglior recensore di un'opera per bambini di un bambino e pagava suo figlio uno scellino per recensione. Il commento di Rayner a The Hobbit fu all'incirca questo:
Bilbo Baggins era un Hobbit che viveva in una caverna Hobbit e non aveva mai avventure, un giorno lo stregone Gandalf lo persuade a partire. Ha delle eccitanti avventure con orchi e mannari. Alla fine arrivano alla Montagna Solitaria; Smaug, il drago che vi abita è ucciso e dopo una terrificante battaglia ritorna a casa - ricco!!
Questo libro con l'aiuto di mappe, non richiede nessuna illustrazione è buono e può interessare bambini dai 5 ai 9 anni.
 Furono in molti a concordare col piccolo Rayner, e probabilmente non soltanto i suoi coetanei, perché le prime 1500 copie di The Hobbit, con illustrazioni in bianco e nero dell'autore, erano esaurite già tre mesi dopo.
Lo Hobbit ha saputo coinvolgere lettori di tutte le età ed ha destato l'interesse di studiosi e di critici di tutto il mondo. Con Bilbo Baggins Tolkien dava origine ad una specie mai vista né sentita prima, gli hobbit, e se è vero come alcuni hanno sostenuto che Bilbo somigli sotto molti punti di vista all'autore stesso, fare la sua conoscenza diventa ulteriormente interessante. Inoltre, nella semplicità di questa fiaba, non mancano riferimenti importanti: i nomi dei nani, ad esempio - Balin, Dwalin, Fili, Kili, Dori, Nori, Ori, Oin, Gloin, Bifur, Bofur e Bombur - sono tutti ripresi dall'Edda di Snorri Sturluson, così come da essa Tolkien ha tratto l'idea stessa dell'Anello. L'Edda è un testo che risale al 1220, nel quale Snorri - uno storico islandese - raccolse moltissime storie della mitologia norrena e rappresenta il più antico, ricco, interessante reperto della filologia germanica, in quanto Snorri Sturluson vi raccolse anche preziose nozioni di poetica norrena. Non serve certo sottolineare, quindi, quanto fascino acquistino - data la loro origine - anche i semplici buffi nomi dei tredici nani.

Come vi ho raccontato ogni volta che ce n'è stata occasione, non sono mai riuscita ad entrare veramente in sintonia con il fantasy, in qualsiasi forma esso fosse proposto; nonostante questo avevo già deciso che prima o poi mi sarei avvicinata a Tolkien, perché si tratta di un autore talmente importante che non sarei stata in pace ad ignorarlo per partito preso. Da amante dei grandi classici, non mi sarei perdonata una simile lacuna senza averci neanche provato. Chissà quando sarebbe avvenuto questo tentativo, però, se non mi fosse capitato tempo fa di vedere la trilogia che, da questo libro, è riuscito a trarre Peter Jackson. Lungi da me ora parlare dei film o fare paragoni (son due cose diverse, che vanno giudicate a sé, e qui voglio concentrarmi sul libro), dico solo che i film mi sono piaciuti tantissimo ed è stata la prima volta che un fantasy mi coinvolgeva così tanto. Grazie a questa circostanza, ho confermato ciò che già sospettavo: la mia difficoltà col fantasy dipende dal fatto che non sono dotata di quel tipo di fantasia che ti permette di immaginare cose, luoghi e creature che i tuoi occhi non potranno per forza di cose mai vedere; mentre mi descrivi un troll io non sono capace di visualizzarlo nella testa, e quindi mi annoio (ora compatitemi se volete, sigh). In questo senso i film di Peter Jackson si son rivelati per me estremamente preziosi, perché mi ha aiutata ad avere un'immagine del mondo tolkeniano ed in tal modo, quando ho cominciato a leggere, son riuscita a lasciarmi trasportare dalla penna di Tolkien. Lo Hobbit si è rivelata una lettura incredibilmente scorrevole. Che sia un'opera pensata per un lettore giovane si sente dal tono, tuttavia penso che nessun adulto potrebbe restare indifferente davanti ad un libro come questo. Empatizzare con Bilbo, che è pur sempre il personaggio principale, è fin troppo facile: immaginate un po' voi di trovarvi la casa invasa da un momento all'altro di personaggi sconosciuti e bizzarri, che mangiano il vostro cibo e bevono il vostro vino, e di trovarvi coinvolti in una faccenda che tutto sommato non vi riguarda eppure vi affascina e vi incuriosisce, una faccenda che - sì - vi strapperebbe dall'agio della vostra poltrona ma vi porterebbero anche via da una sequenza di giorni che, per quando placidi piacevoli e tranquilli, son pur sempre tutti uguali. Partire rappresenta per Bilbo non soltanto l'occasione di vivere l'esperienza più incredibile della sua vita, ma anche di scoprire lui per primo le proprie qualità (e non è, tutto questo, proprio ciò cui ci mette di fronte la possibilità di intraprendere un viaggio?): l'astuzia e l'intelligenza, il coraggio e la nobiltà; e non soltanto, in fondo, le qualità positive, poiché il suo comportamento dal momento in cui si impadronisce dell'Anello non è esente da connotati ambigui.

Illustrazione di Alan Lee
Il capitolo che racconta l'incontro tra Bilbo e Gollum è probabilmente il mio preferito. Il modo in cui Tolkien riesce a descrivere ogni elemento di questa importante e cruciale - cruciale anche per le opere successive dell'autore - porzione di storia è a mio avviso senza pari, a partire dall'andamento ritmico in totale crescendo. L'alternarsi delle emozioni dei due personaggi, con Bilbo che passa dalla paura iniziale all'adrenalina quando inizia a credere di averla scampata, senza tralasciare un momento di comprensione e compassione per quella sciagurata creatura prima di abbandonarla al suo destino; e Gollum che si avvicina con curiosità e che quasi è felice di incontrare e parlare con qualcuno e che in modo incalzante attraversa confusione, sospetto, rabbia e sofferenza in un escalation vorticosa. Gollum mi ha colpita moltissimo, quest'essere dall'aspetto rivoltante che non esce mai dalla sua grotta umida, che parla con se stesso - unica compagnia - che vive per l'Anello - unico tesssoro - e che però ha pur sempre un passato alle spalle. Pochi brevi accenni, una nonna, la vita sulla terra, in superficie... Gollum fa fatica a ricordare le cose che stanno lassù, Bilbo lo costringe a pensarci intensamente per rispondere ai suoi indovinelli ed a lui quello sforzo - oltre a mettergli fame - lo fa soffrire, lo fa soffrire ricordare, cose che evidentemente ha perso e che probabilmente amava. Come non desiderare saperne di più, e come non sentirsi perfettamente in sintonia con Bilbo, che assieme alla paura ed al disgusto guardandolo per gli ultimi istanti prova anche tanta malinconia?

Un altro capitolo che personalmente mi ha coinvolta di più, è quello in cui Gandalf, Bilbo e i nani si recano da Beorn, un gigante che talvolta si trasforma in Orso, un personaggio fondamentalmente buono che però va preso "con le pinze", come si suol dire. E' divertente il modo in cui Gandalf gestisce la complessa impresa di far venire in cerca di aiuto e di ristoro ben quindici soggetti, senza destare l'ira o il fastidio del suscettibile Beorn; mi è piaciuto molto questo strano soggetto, che parla con gli animali e con i quali ha un rapporto di totale rispetto, condivisione e reciproco aiuto. 

Beorn e Gandalf, illustrazione di Alan Lee

Sicuramente interessante e degno di nota è anche il comportamento di Thorin Scudodiquercia, il quale non appena si ritrova a contatto col suo tesoro perduto perde ogni barlume della ragionevolezza e della nobiltà d'animo che si presumeva lo caratterizzassero. Thorin commette gravi errori, e per questo viene punito; Tolkien gli dà però almeno la possibilità di riconoscere i propri peccati e di congedarsi da Bilbo in pace ed amicizia.

Se c'è una parte che mi ha coinvolta meno, ammetto che il mio interesse è un po' calato dal momento in cui i nani e Bilbo mettono piede nel Boscotetro e fin quando non arrivano alla Montagna Solitaria; l'andamento episodico di quella parte, durante la quale i personaggi non fanno che incappare in un nemico o una difficoltà di volta in volta risolte da Bilbo, non mi ha riservato grandi sorprese né grandi entusiasmi. Credo ciò dipenda anche dal fatto che nel corso di quei capitoli Gandalf è totalmente assente, e Gandalf - almeno in questo libro - è senz'altro uno dei miei personaggi preferiti, non soltanto perché maestoso ed imprevedibile in ciò che potrebbe essere in grado di fare, ma anche perché è uno stregone dalla battuta pronta, spesso pungente, e ciò mi aggrada alquanto.

Alan Lee

Ultima menzione d'onore va necessariamente all'edizione Bompiani, che merita veramente un plauso per la cura fin nei minimi dettagli: copertina stupenda, bella qualità della carta, neanche l'ombra di un errore o di un refuso e la chiccheria degli angoli arrotondati. Pur avendo in mano un tascabile, fa veramente la sua porca figura. All'interno poi troviamo le bellissime illustrazioni di Alan Lee, illustratore specializzato nella rappresentazione di miti celtici e nordici, che ha curato tutti i film di Peter Jackson, vincendo l'Oscar nel 2004 per la direzione artistica de Il Ritorno del Re. Tutta robetta, insomma.



Ho scritto moltissimo, e meritate anche voi un plauso se siete arrivati fin qui, ma come si può non approfondire e non andare per le lunghe parlando di un'opera come questa, che da circa settant'anni ispira e conquista lettori, studiosi ed artisti di ogni genere? Ha conquistato persino me, e sono ben felice che Tolkien abbia vinto la sfida. Non so quando questo accadrà, ma posso assicurarvi che non ho alcun timore di proseguire il mio cammino all'interno del vastissimo mondo che lui, per tutti noi, ha creato.

Un abbraccio e buone letture!